venerdì 13 marzo 2020

Merkel annuncia "misure economiche inedite" per contenere i danni del virus



Il governo assicura "credito illimitato" alle imprese colpite e un pacchetto ancora più importante di quello messo in atto durante la crisi finanziaria del 2008
“I ministri delle Finanze e del Lavoro hanno annunciato oggi misure che nella storia della Repubblica federale tedesca sono inedite, per sostenere le imprese, per fornire crediti”. Lo ha detto Angela Merkel in uno statement a Berlino commentando gli aiuti miliardari varati per le imprese contro gli effetti del coronavirus.
Sono salite a 7 in Germania le vittime per coronavirus con il decesso di un uomo di 80 anni morto nel Land del Baden-Wuerttenberg. La regione più colpita risulta essere quella del NordReno Westfalia, il Land con il maggior numero di casi, con 4 vittime. Due persone sono morte nel Baden-Wuerttenberg, una in Baviera. Un cittadino tedesco è morto inoltre in Egitto.
Il governo tedesco ha annunciato un piano massiccio di aiuti per per attenuare l’impatto del coronavirus sull’economia: un pacchetto ancora più importante di quello messo in atto durante la crisi finanziaria del 2008. Tra le misure previste e illustrate dai ministri delle Finanze e dell’Economia, Olaf Scholz e Peter Altmaier, un “programma di crediti illimitati” per le aziende del paese che devono affrontare problemi di liquidità. Si parte da almeno 550 miliardi di euro. Si tratta di “uno scudo di protezione per lavoratori e imprese”, ha detto Scholz davanti alle telecamere, aggiungendo che “non c’è un limite verso l’alto” della somma che sarà erogata. “Come abbiamo detto, non ci sono limiti. Mettiamo sul tavolo tutte le armi a disposizione”. Inoltre sono previsti allentamenti fiscali per le aziende, ha aggiunto il ministro alle Finanze, che è anche vicecancelliere.
L’idea è di “garantire la liquidità delle imprese per i prossimi anni”, ha aggiunto Scholz. A detta del suo collega all’Economia, Peter Altmaier, “si tratta dell’aiuto più ampio che ci sia mai stato”. Attualmente vengono già messi a disposizione 20 miliardi di euro” ma “non ci saranno, appunto, limiti”. Altmaier ha parlato di un “piano in tre step”: il primo prevede un sistema di garanzia e di crediti bancari per problemi di liquidità a breve termine nonchè alleggerimenti per favorire il rimpinguamento degli stipendi di chi si vede accorciare gli orari o le giornate di lavoro. “Il nostro Paese è dinnanzi ad una situazione molto seria”, ha detto ancora Scholz. Di fronte alle chiusure delle scuole e di altri eventi, ”è ovvio che proviamo tutti delle sensazioni strane”, ma il governo tedesco “utilizzerà ogni mezzo che abbiamo a disposizione” per attenuare gli effetti di questa crisi.

Come vanno letti i dati sul coronavirus in Italia



Bisogna dire morti "per" coronavirus o "con" coronavirus? Il tasso di letalità in Italia è davvero più alto di quello cinese? E cosa è cambiato quando non sono più stati testati gli asintomatici?
Ormai, nel tardo pomeriggio di ogni giorno, siamo abituati a vedere il capo della Protezione civile, e commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Angelo Borrelli, rilasciare in conferenza stampa una serie di numeri relativi alla diffusione del nuovo coronavirus (Sars-CoV-2) nel nostro Paese.
I dati su casi positivi, guariti e deceduti sono consultabili online in una mappa interattiva della Protezione civile, che fornisce anche le statistiche regionali sul numero dei test effettuati e sul numero dei ricoverati con sintomi, di chi è in terapia intensiva o in isolamento domiciliare.
Ma come vanno letti questi numeri? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, con una breve guida di lettura alle principali voci dei bollettini della Protezione civile.
Come leggere il numero dei morti
Partiamo dal dato relativo ai deceduti. Alle ore 17 del 10 marzo 2020, i morti in Italia tra i casi positivi al nuovo coronavirus erano in totale 631 (+168 rispetto al giorno prima), di cui oltre il 74 per cento (468) in Lombardia.
Morti “per” o morti “con”?
Come ha spiegato la Protezione civile in un comunicato stampa, il numero dei decessi «potrà essere confermato solo dopo che l’Istituto Superiore di Sanità avrà stabilito la causa effettiva del decesso».
«Ci tengo a precisare che non si tratta di decessi “da” coronavirus», ha poi detto Borrelli il 10 marzo in conferenza stampa. «Sono persone che sono decedute e tra le diverse patologie avevano anche il coronavirus».
In parole semplici, non è ancora possibile sapere se le morti presenti nei bollettini della Protezione civile siano morti direttamente causate dal coronavirus, oppure “indirette”, in cui il coronavirus ha contribuito a creare ulteriori complicazioni in un quadro clinico già compromesso.
È ancora presto per avere evidenze epidemiologiche in questo ambito, ma il 5 marzo scorso l’Istituto superiore di sanità (Iss) ha pubblicato una prima analisi su un campione di 105 deceduti con coronavirus, tra i quali il numero medio di patologie osservate era di 3,4 (soprattutto ipertensione, cardiopatia ischemica e diabete mellito).
Alcuni virologi, come ad esempio il professore dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano Roberto Burioni, sono critici con questo modo di comunicare i dati.
Secondo Burioni, «l’espressione “è morto con il coronavirus non per il coronavirus”» rischia di essere «una criminale minimizzazione». Un discorso, secondo Burioni, è parlare di morti con coronavirus «con un tumore metastatico o con una cardiopatia scompensata», un altro è parlare di «quelli con una lieve ipertensione e un diabete di tipo 2 e un sovrappeso».
Al momento, dati dettagliati di questo tipo non sono però disponibili e bisogna dunque attendere le future analisi dell’Iss.
La questione non è comunque secondaria, come ha sottolineato il 10 marzo 2020 in un’intervista a Scienza in rete Walter Ricciardi, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e consigliere del ministro della Salute per il coordinamento con le istituzioni sanitarie internazionali.
Secondo Ricciardi, l’Italia sta registrando i morti con coronavirus «senza quella maniacale attenzione alla definizione dei casi di morte che hanno per esempio i francesi e i tedeschi, i quali prima di attribuire una morte al coronavirus eseguono una serie di accertamenti e di valutazioni che addirittura in certi casi ha portato a depennare dei morti dall’elenco. Di fatto capita che accertino che alcune persone siano morte per altre cause pur essendo infette da coronavirus».
Questa pratica, sempre secondo l’ex presidente dell’Iss, spiegherebbe un’altra questione: il fatto che, ad oggi, il tasso di letalità del Sars-CoV-2 in Italia sembra essere più elevata che altrove.
Secondo il Robert Koch Institute tedesco – l’agenzia federale che si occupa di prevenire e contrastare la diffusione delle epidemie, contattata dai nostri colleghi tedeschi di Correctiv – la differenza dei numeri dipenderebbe dal fatto che l’epidemia in Italia è in fase avanzata, mentre in Germania in fase iniziale. Le regole su come si registrano i morti non sarebbero quindi particolarmente rilevanti e lo dimostrerebbe il fatto che i primi due decessi attribuiti al coronavirus in Germania erano due anziani affetti da diverse e gravi patologie.
Senza la pretesa di voler qui risolvere la questione, segnaliamo quindi che il tema è molto complesso e le posizioni anche del massimo livello di competenza e autorevolezza non appaiono sempre conciliabili.
Perché abbiamo un alto tasso di letalità?
Il tasso di letalità, in breve, è un indicatore epidemiologico che mette in rapporto il numero dei decessi con quello dei contagiati. In base ai dati aggiornati alle ore 18 del 10 marzo 2020, la letalità nel nostro Paese del nuovo coronavirus si aggirerebbe intorno al 6,2 per cento (631 decessi su 10.149 positivi totali).
Due recenti studi, fatti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dal Centro cinese di controllo e prevenzione delle malattie (Ccdc) su due campioni da decine di migliaia di casi, mostrano però che in Cina il tasso di letalità da Covid-19 è più basso di quello attuale in Italia.
Ma qui entra in gioco il fattore demografico, legato all’età della popolazione italiana.
«In Italia al 4 marzo la letalità (calcolata come numero di decessi sui casi confermati) tra gli over 80 risulta del 10,9 per cento, mentre in Cina al 24 febbraio (ultimo dato disponibile, estratto dal report della commissione congiunta Cina-Oms) era del 14,8 per cento», ha chiarito il 6 marzo l’Iss in un comunicato stampa. «Tra 70 e 79 anni il confronto vede l’Italia con una letalità del 5,3 per cento, mentre la Cina ha l’8 per cento, e tra 0 e 69 è 0,5 per cento nel nostro Paese contro l’1,3 per cento cinese».
È vero che il tasso di letalità è al momento più basso in Cina rispetto all’Italia, ma una delle possibili spiegazioni è il “peso” del numero nel nostro Paese dei pazienti più anziani.
«Non dimentichiamo che l’Italia ha un’età media molto più alta rispetto ad esempio alla Cina (44,3 anni contro 37,4) e questo mette ancora più pressione sulle strutture e gli operatori nelle zone colpite dall’epidemia», ha detto il 6 marzo il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro.
Nonostante questo, come mostrano i dati di un bollettino epidemiologico pubblicato dall’Iss il 10 marzo, è bene ricordare che non solo le fasce più anziane sono a rischio contagio, con tutte le conseguenze che questo può comportare. Al 9 marzo, circa il 22 per cento dei positivi ai test aveva tra i 19 e i 50 anni.
«L’indagine rileva una percentuale significativa di casi sotto i 30 anni, un dato che conferma quanto questa fascia di età sia cruciale nella trasmissione del virus», ha specificato il 10 marzo Brusaferro.
Infine, come analizzeremo nel dettaglio tra poco, esiste un’altra possibile spiegazione per l’apparente alto tasso italiano di letalità, legata a come vanno letti i dati sui casi positivi da nuovo coronavirus.
Come leggere il numero dei casi positivi
Come abbiamo visto, alle ore 17 del 10 marzo 2020, da inizio contagio nel nostro Paese si sono contati 10.149 casi positivi da nuovo coronavirus.
Monitorare l’aumento dei casi è, in teoria, fondamentale per capire se il contagio nel nostro Paese stia seguendo una crescita esponenziale o meno (discorso analogo vale per i decessi) e con quali tempi di raddoppio del numero dei contagiati.
Ci sono dei ritardi nella trasmissione dei dati
Dai calcoli quotidiani dell’economista Riccardo Puglisi, emerge che tra il 2 marzo e il 9 marzo 2020 gli aumenti giornalieri di casi confermati di Covid-19 sono sempre stati (eccetto un giorno) superiori al 23 per cento rispetto al giorno prima.
Ma l’aumento di “solo” il 10,65 per cento registrato il 10 marzo fa capire, come chiariremo meglio tra poco, che nella pratica possono esserci dei limiti nella lettura dei dati dei casi positivi forniti quotidianamente dalla Protezione civile.
Come spiega in una nota la Protezione civile nella sua mappa online, il dato dei casi positivi del 10 marzo è ad esempio parziale, perché quelli provenienti dalla Lombardia non erano completi.
«I dati raccolti sono in continua fase di consolidamento e, come prevedibile in una situazione emergenziale, alcune informazioni sono incomplete», ha sottolineato l’Iss nel suo bollettino epidemiologico del 10 marzo. «In particolare, si segnala, soprattutto nelle Regioni in cui si sta verificando una trasmissione locale sostenuta del virus, la possibilità di un ritardo di alcuni giorni tra il momento della esecuzione del tampone per la diagnosi e la segnalazione sulla piattaforma dedicata. Pertanto, la diminuzione dei casi che si osserva negli ultimi due giorni [7 e 8 marzo, ndr], deve essere interpretata come un ritardo di notifica e non come descrittiva dell’andamento dell’epidemia»
In ogni caso, anche se il dato del 10 marzo può sembrare positivo (un aumento minore rispetto agli altri giorni, al netto che i dati lombardi sono parziali), un numero giornaliero non basta. Bisogna fare riferimento a trend di più giorni per evidenziare i primi effetti dei nuovi provvedimenti voluti dal governo.
Chi viene sottoposto al test?
Come ha sottolineato anche il bollettino epidemiologico dell’Iss dell’11 marzo, un secondo problema di come vanno letti i numeri sui casi positivi – oltre a questi eventuali casi di parziale comunicazione dei dati – riguarda il modo in cui vengono rilevati i contagiati (con effetti sul tasso di letalità).
Dal 26 febbraio scorso – in linea con una circolare del Ministero della Salute del giorno prima – si è stabilito che i test andassero fatti solo ai soggetti sintomatici (per esempio con febbre e problemi respiratori), mentre prima venivano testati anche gli asintomatici.
Il numero totale sui casi positivi che leggiamo nei bollettini della Protezione civile è quindi frutto di due strategie di test diverse, applicate in momenti diversi (prima e dopo il 26 febbraio).
Questo ha comportato due conseguenze.
Da un lato, negli ultimi giorni non vengono rilevati i contagiati tra i soggetti asintomatici, riducendo quindi il rilevamento potenziale del numero dei possibili casi positivi (come si vede anche dai calcoli di Puglisi).
Dall’altro lato, questo cambio di strategia nel fare i test spiegherebbe l’alto tasso di letalità registrato in Italia, rispetto ad altri Paesi.
Come ha chiarito il 5 marzo a Il Messaggero l’epidemiologo dell’Università di Pisa Pier Luigi Lopalco, «il rapporto tra contagiati e morti cambia in base a quante persone vengono sottoposte al tampone e se sono sintomatiche o senza sintomi».
In parole semplici, se si sottopongono ai test sia i soggetti sintomatici che quelli asintomatici, è più probabile che la letalità sia più bassa rispetto a uno scenario in cui sono testati solo le persone con sintomi. Questo avviene perché nel calcolo si contano anche persone, gli asintomatici, che magari non svilupperanno mai sintomi e quindi non subiranno gravi conseguenze, come la morte.
Come leggere il numero dei ricoverati
Al di là delle incertezze legate alle morti per (o con) coronavirus e ai test per i casi positivi, per capire la gravità dell’emergenza da Covid-19 nel nostro Paese basta vedere l’andamento delle persone ricoverate, in particolare in terapia intensiva.
Alle ore 17 del 10 marzo 2020, il 59,2 per cento (5.038) degli 8.514 casi in quel momento positivi era ricoverato in ospedale con sintomi. A questi vanno aggiunti 844 pazienti (il 9,9 per cento) ricoverato in terapia intensiva, a causa delle gravi polmoniti e dei problemi respiratori causati dal virus. Una settimana fa, il 2 marzo, erano 166: cinque volte meno.
Come ha evidenziato il 10 marzo su Twitter l’esperto di statistica Matteo Villa, se si sommano i decessi con i casi gravi (ossia i ricoverati in terapia intensiva) si scopre che il loro andamento è quello di una progressione esponenziale.
Nell’immediato, questo sta già mettendo sotto un enorme sforzo la sanità di regioni come la Lombardia, la più colpita dal contagio.
Al 10 marzo (ore 17) i ricoverati in terapia intensiva negli ospedali lombardi erano 446 (una settimana fa, il 2 marzo, erano 127, poco meno di un quarto del dato attuale) ma dall’inizio dell’epidemia, secondo i dati dell’assessore al Welfare della Regione Lombardia Giulio Gallera, gli assistiti in questi reparti sono stati 778 (con 80 deceduti e 103 dimessi).
Ad oggi, i posti letto in terapia intensiva in Lombardia sono in totale poco più di 900 (su un totale nazionale di poco superiore a 5 mila): i malati da Covid-19 ne occupano già oggi più della metà, con la conseguenza che si è iniziato a trasferire alcuni pazienti dagli ospedali lombardi ad altre regioni italiane.
«Ci sono altri malati che vanno gestiti», ha detto all’Adnkronos il 9 marzo Antonio Pesenti, direttore del Dipartimento di anestesia-rianimazione ed emergenza-urgenza del Policlinico di Milano, che coordina l’Unità di crisi per le terapie intensive in Lombardia. «Bisogna che i reparti si svuotino, ma è una cosa che può avvenire in maniera molto graduale».
«Le previsioni mostrano che al 26 marzo potremmo avere in Lombardia almeno 18 mila casi di Covid-19 ricoverati, di cui un terzo in terapia intensiva», ha aggiunto Pesenti.
Sempre il 9 marzo, la Consip (la centrale acquisti della Pubblica amministrazione) ha pubblicato i risultati della gara per fornire, tra le altre cose, quasi 4 mila ventilatori per reparti di terapia intensiva e sub-intensiva.
Qualche giorno fa il governo ha approvato un decreto per potenziare il sistema sanitario nazionale (Ssn), per esempio con l’assunzione di medici specializzandi, mentre con una circolare il ministero della Salute ha predisposto un piano per aumentare del 50 per cento i posti in terapia intensiva in tutto il Paese.
Conclusione
Ricapitolando: ecco alcune cose da tenere a mente quando si leggono i numeri pubblicati dalla Protezione civile sul coronavirus.
Per quanto riguarda le morti, i dati non ci dicono se sono decessi di persone morte per il virus o con il virus. Secondo alcuni virologi, questa sarebbe una differenza di poco conto (e da non risaltare sul piano comunicativo), ma sulla questione si registrano opinioni contrastanti anche tra gli esperti.
Attenzione poi a quando sentite parlare di tasso di letalità e di confronti con altri Paesi, come la Cina. Al momento, il rapporto tra deceduti e contagiati in Italia sembra essere più alto, ma questo si spiegherebbe (oltre che per il fatto visto sopra) con il peso della popolazione anziana italiana e con il modo in cui vengono raccolti i dati sui contagiati.
I casi positivi totali sono infatti influenzati da un cambio di metodologia per i test introdotto a fine febbraio, quando si è deciso di testare solo i sintomatici.
Monitorare l’andamento giornaliero dei casi positivi resta comunque necessario per capire qual è l’andamento della curva del contagio, ma è anche vero che ci sono ritardi tra i dati comunicati dalla Protezione civile e quelli rilevati dalle singole regioni. Discrepanze che possono rendere fuorvianti i ridotti aumenti (o cali) in percentuale dei contagiati da un giorno all’altro.
Nell’immediato, è necessario monitorare i numeri sui ricoverati in ospedale, in particolare nei reparti di terapia intensiva. Gli aumenti previsti nei prossimi giorni, infatti, metteranno ancora più sotto sforzo il nostro sistema sanitario, soprattutto in regioni come la Lombardia maggiormente colpite dal contagio.

sabato 29 febbraio 2020

Brexit, ultimatum di Londra alla Ue: quattro mesi per un accordo sul commercio



Il mandato negoziale per le trattative commerciali con la Ue chiede un accordo di libero scambio sul modello canadese. Altrimenti Londra è pronta a rompere già a giugno
di Nicol Degli Innocenti
LONDRA - La linea è ancora più dura del previsto. Il mandato negoziale per le trattative commerciali con l’Unione Europea, pubblicato oggi dal Governo britannico, chiede un accordo di libero scambio sul modello canadese. Se non sarà possibile, Londra è disposta ad abbandonare i negoziati già in giugno e chiudere in anticipo il periodo di transizione post-Brexit.
Nessun allineamento alle regole Ue
Downing Street ha ribadito oggi che la Gran Bretagna intende essere del tutto indipendente e libera da qualsiasi allineamento alle regole Ue e non ha intenzione di essere soggetta alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea in caso di dispute.
Londra spera di avere «un accordo di massima» in giugno e di concludere i dettagli entro settembre. Se però nei prossimi mesi non si faranno passi sufficienti, il Governo britannico in giugno «dovrà decidere se l’attenzione del Regno Unito dovrebbe spostarsi dai negoziati e concentrarsi solo sulla continuazione dei preparativi domestici per uscire dal periodo di transizione in modo ordinato ».
Il Governo di Boris Johnson respinge quindi le richieste europee di allineamento regolamentare, di parità di condizioni e di un ruolo per quanto limitato per la Corte europea e anzi accusa Bruxelles di voler impore «regole più rigide e onerose» per limitare la sovranità britannica, chiedendo di più di quanto abbia fatto nei negoziati con il Canada o il Giappone.
I rapporti tra Gran Bretagna e Ue devono essere basati «sulla cooperazione amichevole tra parti sovrane e uguali», secondo Londra, il che vuol dire che entrambe le parti devono rispettare la reciproca «autonomia legislativa». Johnson straccia quindi la dichiarazione politica che era stata concordata e che stabiliva parità di condizioni per una transizione senza scosse.
Le richieste di Londra
Il mandato pubblicato oggi elenca le richieste britanniche, prima fra tutte un accordo di libero scambio senza tariffe, dazi o limiti quantitativi sulle merci e i prodotti agricoli. Londra punta anche a raggiungere entro giugno un’intesa sul settore finanziario basata sull’equivalenza.
Sulla questione-chiave della pesca Londra chiede un accordo a parte, soggetto a negoziati annuali che stabiliscano quote e regole di accesso ai mari. La Gran Bretagna vuole una serie di accordi separati anche sull’aviazione, sull’energia e sull’immigrazione, mentre la Ue ha messo in chiaro di volere un accordo-quadro che comprenda tutto, pesca compresa.
La distanza tra Gran Bretagna e la Ue è quindi vasta, con differenze sulle procedure, sul metodo, sui contenuti e sugli obiettivi. I negoziati che partono lunedì si prospettano tutti in salita.

mercoledì 26 febbraio 2020

Coronavirus, da epidemia a pandemia. Quando e perché


il mondo scientifico il nuovo coronavirus sarebbe a un passo dalla pandemia

L’epidemia del nuovo coronavirus sta per entrare in una nuova fase. Ne è sicuro il mondo scientifico: secondo molti virologi ed epidemiologi, intervistati dalle riviste Science e Nature, si sarebbe a un passo dalla pandemia. Prima di renderlo ufficiale, sempre secondo gli scienziati occorre rispondere ad alcune domande importanti: se i bambini sono suscettibili all’infezione e se la trasmettono allo stesso tasso degli adulti.
Coronavirus: da epidemia a pandemia
“L’identificazione di casi precedentemente non riconosciuti in gran numero in Iran e Italia, oltre che Corea del Sud, ci mostra che è impossibile contenere il coronavirus”, commenta su Nature Ben Cowling, epidemiologo dell’università di Hong Kong. Secondo Marc Lipsitch, dell’università di Harvard, “qualsiasi cosa dica l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), io penso che le condizioni epidemiologiche per una pandemia ci sono”.
Anche per Christopher Dye, dell’università di Oxford, la finestra di contenimento del virus è quasi ormai chiusa, e il virus si diffonderà ampiamente fuori dalla Cina. A destare preoccupazione sono soprattutto le morti in Iran, paese da cui sono stati esportati casi in Libano e Iraq. “È preoccupante perché i viaggi internazionali non sono molto comuni tra gli iraniani. È quindi probabile che nel paese vi sia un alto numero di casi non rilevati, che stanno circolando da tempo”, rileva Andrew Tatem, dell’università di Southampton.
Coronavirus: le misure di contenimento
L’altra questione riguarda le misure di contenimento adottate, che presto non saranno più praticabili. “Le misure ai confini non saranno efficaci o praticabili a lungo, e bisognerà invece concentrarsi per mitigare l’impatto sulla comunità, finchè non sarà disponibile il vaccino”, aggiunge su Science Luciana Borio, ex consulente di biodifesa del Consiglio di sicurezza Usa.
Anche per Alessandro Vespignani, infettivologo della Northeastern University, “la sfida ora è mitigare, mantenere funzionante il sistema sanitario e non farsi prendere dal panico”. I bandi ai viaggi possono inoltre ritorcersi contro, ostacolando il flusso di forniture mediche.
“Probabilmente non sarebbe prudente allentare domani le restrizioni ai viaggi – aggiunge Lipsitch – ma tra una settimana, se la malattia dovesse continuare a diffondersi al ritmo degli ultimi giorni, penso che diventerà chiaro che non sono più la contromisura principale”. Per prepararsi a ciò che sta per arrivare, concludono gli esperti, gli ospedali devono fare scorta di materiale di protezione respiratoria e aggiungere posti letto, mentre andranno aumentate le vaccinazioni per influenza e infezioni da pneumococco, per ridurre il carico delle patologie respiratorie, e rendere più semplice l’identificazione dei casi di Covid-19.
Leggi anche

Coronavirus, informazioni aggiornate di pubblica utilità


Cos’è il Coronavirus: domande a risposte frequenti (sul sito del Ministero della Salute)
Il virus che causa l’attuale epidemia di coronavirus è stato chiamato “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2” (SARS-CoV-2) la malattia provocata dal nuovo Coronavirus ha un nome: “COVID-19” (dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease e “19” indica l’anno in cui si è manifestata).

I sintomi più comuni di un’infezione da coronavirus nell’uomo includono febbre, tosse, difficoltà respiratorie. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.
Il virus si diffonde principalmente attraverso il contatto con le goccioline del respiro delle persone infette, ad esempio tramite la saliva, tossendo e starnutendo, tramite i contatti diretti personali e anche tramite le mani contaminate (non ancora lavate) bocca, naso o occhi.
Secondo i dati attualmente disponibili, le persone sintomatiche sono la causa più frequente di diffusione del virus. L’OMS considera non frequente l’infezione da nuovo coronavirus prima che sviluppino sintomi.
Il periodo di incubazione varia tra 2 e 12 giorni; 14 giorni rappresentano il limite massimo di precauzione.
La via di trasmissione da temere è soprattutto quella respiratoria, non quella da superfici contaminate. E’ comunque sempre utile ricordare l’importanza di una corretta igiene delle superfici e delle mani. Anche l’uso di detergenti a base di alcol è sufficiente a uccidere il virus. Per esempio disinfettanti contenenti alcol (etanolo) al 75% o a base di cloro all’1% (candeggina).
Le malattie respiratorie normalmente non si trasmettono con gli alimenti. Anche qui il rispetto delle norme igieniche è fondamentale.

martedì 25 febbraio 2020

Sapelli: le origini del caos che sta uccidendo l’Europa



I Paesi membri non riescono ad arrivare a un accordo sul bilancio dell’Ue. Un segnale importante sul presente e il futuro dell’Unione

La Spagna ha annunciato che imporrà una digital tax anche senza ricercare un accordo europeo, ma per iniziativa diretta di un Governo che si è formato dopo una serie di defatiganti negoziati e che si regge su una fragilissima maggioranza. E con una Catalogna sull’orlo del collasso istituzionale perché i suoi leader più noti e protagonisti delle vicende di un indipendentismo di fatto sempre più insurrezionale sono stati condannati a lunghi anni di carcere o si trovano in esilio. Contro questi ultimi stanno procedendo i giudici dell’Alta corte europea con provvedimenti di estradizione che non potranno che infiammare gli animi dei seguaci degli indipendentisti e – di contro – dei centralisti, che sembrano tornati a risorgere in forma trasversale con inaudita forza.
Mentre un alleato storico della Germania si dibatte in queste difficoltà istituzionali e reagisce alla sua crisi di fatto attaccando gli Usa, che avevano intimato ai loro storici alleati di desistere da operazioni fiscali di tal fatta, ebbene la Commissione europea sta dando una mortificante prova di impotenza, unitamente al Consiglio, non riuscendo a raggiungere accordo sul futuro bilancio pluriennale.
L’Europa è attraversata da faglie sempre più profonde destinate ad approfondirsi dopo la cosiddetta Brexit. Si insiste, nella discussione sul bilancio pluriennale, a questo proposito, sui bilanci contabili. Ma si dimentica spesso che nei bilanci non risultano i benefici (o gli ostacoli) che alla crescita e allo sviluppo economico continentale derivano dal regime di libero mercato, che favorisce di fatto le nazioni con cosiddetto “saldo netto” sfavorevole, ossia quelle che ricevono assai meno di quanto versano alle casse dell’Unione – e queste nazioni sono le più potenti se si valuta tale potenza sin base al Pil e alla produzione industriale. La Germania è quella con più alto saldo netto sfavorevole, seguita dalla Francia e poi dall’Italia.
Un tempo la Francia aveva più o meno lo stesso saldo netto sfavorevole del Regno Unito. Ed è esattamente l’uscita dall’Ue di Londra che ha scatenato un conflitto tra nazioni che pare oggi difficilmente sanabile. Manca naturalmente un contributore importante e – mentre si cerca di riempire il vuoto contributivo che si è creato – crescono le richieste dei cittadini europei (come si desume dai sondaggi di opinione e non certo da confronti politici accesi e ragionati su questi temi) di aumentare l’impegno per la sicurezza e per i controlli delle migrazioni. Ma dinanzi a queste esigenze le prime proposte scaturite dall’euro-tecnocrazia sono state quelle di ridurre le sovvenzioni all’agricoltura e alla “politica di coesione”. Di più, e questo interessa particolarmente l’Italia, come tutti i “Sud dell’Europa”, si minaccia di escludere ogni incentivo a sostegno delle nostre regioni, incluso il Mezzogiorno. Inoltre, si propone un’esplicita “condizionalità” nell’erogazione di fondi Ue, subordinandola al rigoroso rispetto dei valori fondamentali dell’Unione o delle regole su deficit e debito pubblico degli Stati. Simili opzioni possono privare le nazioni un tempo beneficiate di somme ingenti, che oggi arrivano dal bilancio Ue e che, a livello di investimenti, non verrebbero di certo compensate dai pur apprezzabili interventi europei per migranti e sicurezza.
Dal confronto aspro che si sta delineando sul bilancio europeo pluriennale emergono tutte le debolezze in cui si è sempre più avvoltolata la tecnocrazia europea e gli Stati che ne decidono le sorti, ossia la Francia e la Germania, alleate sulla carta (Trattat di Aquisgrana docent) e separate, invece, dalla storia e dal rapporto con gli Usa nella praxis odierna. Ma tutto risiede nelle trasformazioni che il progetto europeo ha subito.
Esso è stato originariamente varato con l’obiettivo dichiarato di garantire la pace attraverso una rafforzata cooperazione politica, che doveva essere fondata su un crescente benessere e una stretta solidarietà, così da contribuire a costruire una reciproca fiducia tra “nemici tradizionali”. Questo processo fu costruito sull’aspettativa che tutti i Paesi europei avrebbero tratto vantaggi da una più stretta integrazione economica. Uno sviluppo che doveva inoltre essere socialmente bilanciato e solidamente radicato nelle democrazie nazionali occidentali, per fare da contrappeso ai sistemi economici e politici del blocco orientale. Questo processo radicato verso un progetto sociale, solidale e democratico di cooperazione europea fu quasi immediatamente abbandonato, infatti, terminata la guerra civile europea che imponeva di condurre politiche sociali in funzione anti-sovietica, dopo la “caduta del muro” nel 1989.
Le modifiche ai trattati europei che vi hanno fatto seguito hanno avuto come obiettivo di rafforzare le forze di mercato e la concorrenza tra capitali e sul mercato del lavoro, ridurre la sovranità politica dei singoli Paesi e rafforzare nel contempo il dominio delle istituzioni dell’Ue da parte, volta a volta, della Francia e della Germania, con un peso crescente di una tecnocrazia incontrollabile e votata alla direzione dall’alto delle società europee.
Il risultato di queste modifiche ai trattati ha aumentato la pressione economica e politica sull’originaria cooperazione tra Stati nazionali. Un numero crescente di direttive dell’Ue è stato assunto con una maggioranza qualificata, con la quale gli interessi delle nazioni meno potenti geopoliticamente, prima che economicamente, sono stati soffocati.  Le frontiere sono state aperte senza regole democraticamente identificate da un Parlamento non di facciata come è invece quello europeo e la concorrenza economica è stata inasprita e non solo sul mercato delle merci, ma anche in quello dei capitali e del lavoro, con conseguenze destabilizzanti sulla possibilità di condurre delle politiche sociali e distributive appropriate alla realtà dei diversi Paesi.
Il sogno europeo di una pacifica, affluente e socialmente equilibrata cooperazione dentro gli accordi che originariamente furono raggiunti nel Trattato di Roma, si è infranto. L’élite “europea” guidata dai burocrati di Bruxelles, dagli interessi del capitale non solo europeo e da un ceto “alto” per reddito e formazione istituzionale intellettuale, si autoilluse (e si autoillude) che il desiderio maggiore dell’opinione pubblica fosse e sia quello di realizzare gli “Stati Uniti d’Europa”, mediante un’accelerata cooperazione economica e poi politica. L’Europa sociale fu accantonata a vantaggio di un’Europa centralistica, basata sul mercato e dominata dai capitali.
Il desiderio dei popoli europei di continuare sulla strada della giustizia sociale, sia sul piano nazionale sia europeo, è stato sistematicamente spazzato via con affermazioni dispregiative come “nazionalismo”, “populismo” e “mancanza di conoscenza”. In alternativa si è proposto lo Stato europeo competitivo che dovrebbe, al contrario, in conseguenza della globalizzazione finanziaria, rafforzarsi, mentre lo stato del benessere, dopo il “crollo del muro”, è stato via via posto in discussione. Il risultato di questo indebolimento delle democrazie nazionali e delle politiche sociali è evidente: una disoccupazione record e una crescente povertà e ineguaglianza.
In questo contesto il bilancio europeo e la discussione a cui lo si sottopone altro non è che un sistema delle entrate, che se rimane dipendente dai contributi statali, come pare sia inevitabile, non potrà che ingenerare conflitti continui. Va “compensata” l’uscita del Regno Unito, ma i governi nazionali, come si evince dalla stampa europea e dalle dichiarazioni governative, continueranno a voler trasferire alla cuspide eurocratica il meno possibile delle loro risorse statali, per gestire invece da sé quote crescenti dei bilanci nazionali. La Commissione, invece, si orienta su nuove tasse: ma tale politica non fa e non farà che aumentare le distorsioni e le continue elusioni che scaturiscono dalle differenze tributarie tra gli Stati.
Il cane europeo si morde la coda sempre più affannosamente.
Pubblicazione: 23.02.2020 - Giulio Sapelli

lunedì 24 febbraio 2020

Coronavirus, settima vittima italiana: quanti sono i contagiati



La situazione aggiornata dell'emergenza coronavirus in Italia: numeri e dati su contagi e decessi e tutte le informazioni utili
Cresce la paura in Italia per l’epidemia da coronavirus che sta tenendo tutto il paese col fiato sospeso. Secondo l’ultimo bollettino diramato da Angelo Borrelli, capo della Protezione Civile nonché commissario per l’emergenza da coronavirus, i casi accertati in Italia sono 23o e 7 le vittime.
Stando alle informazioni trapelate sono 101 i ricoverati con sintomi, 27 in Terapia intensiva e 94 in isolamento domiciliare. Sono divisi tra Lombardia (173, più 6 vittime), Veneto (32, più 1 vittima), Emilia Romagna (18), Lazio (3), Piemonte (3) e Alto Adige (1).
Coronavirus, chi sono le vittime
Le vittime accertate per il virus sono fin qui sette. Si tratta di pazienti anziani le cui condizioni cliniche pregresse erano già compromesse. La prima vittima in Italia è stata Andrea Trevisan, il 78enne di Vo’ Euganeo morto all’ospedale di Schiavonia sabato, poi la 75enne di Casalpusterlengo e la 68enne oncologia morta all’ospedale di Crema domenica.
La prima vera e propria impennata di decessi è avvenuta invece nella giornata di lunedì, col picco di 4 morti: si tratta di un 84enne bergamasco, un anziano di 88 anni nato a Caselle Landi e residente a Codogno, un 80enne di Castiglione d’Adda ricoverato al Sacco di Milano e un 62enne dializzato morto a Como.
Nella giornata di lunedì era trapelata la notizia di un altro decesso, avvenuto a Brescia e poi smentito.
Coronavirus, Italia bloccata: quali sono i Comuni isolati
Tante le misure adottate nelle regioni colpite dal virus per limitare il contagio. Il Governo ha deciso il divieto di allontanamento e di ingresso nelle aree ‘focolaio’ del coronavirus, che verranno presidiate dalle forze di polizia e, se necessario, dai militari. La mancata osservanza delle prescrizioni prevede delle sanzioni, che vanno da una multa fino all’arresto per 3 mesi.
I blocchi, come previsto dalle disposizioni del Governo, interessano 11 zone: si tratta di Codogno e altri nove comuni del lodigiano (CasalpusterlengoCastiglione d’AddaFombioMaleoSomagliaBertonicoTerranova dei PasseriniCastelgerundo e Sanfiorano) e l’area di Vo’ Euganeo in provincia di Padova.
Coronavirus, le informazioni utili su come comportarsi
Il numero attivo a livello nazionale dedicato all’emergenza coronavirus è il 1500. Lombardia e Veneto, cioè le due regioni al momento più colpite dall’emergenza coronavirus in Italia, hanno istituito dei numeri verdi che i cittadini possono contattare per ottenere informazioni utili relative al virus.
In Lombardia il numero verde da chiamare è 800-894545, mentre in Veneto è possibile contattare il numero verde 800-462340. Anche in Emilia Romagna è stato attivato un servizio telefonico: 800-033033.
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